0

La verità sorprende.

Casadonna Reale

La porta è piccola, di legno e aperta per me.

Ci arrivo come fossero gli ultimi metri di una maratona, con l’ossigeno giusto per pochi passi misurati. Grazie a Dio ce l’ho fatta e me la gusto. Mentre scodinzolo felice per togliermi la neve di dosso, gli occhi cercano il fuoco del camino che sento vicino.

Casadonna per questa notte sarà un caldo rifugio per due viandanti in cerca di vita e libertà.

Qui trovo calma e pace, il rumore è della neve che non si stanca e la luce è quella che serve per esserci senza pensarci troppo. Una sospensione del tempo ed i battiti si sentono a casa finalmente.

Intorno a me riconosco il legno di alberi che c’erano e ci saranno sempre, accarezzo un bianco semplice e vigoroso del lino di qua della neve. E’ vita senza fronzoli, vera. C’è tutto quello che rimane quando togli giri di parole, finzione. C’è solo la materia così come vuole essere. Non ci sono promesse o artifizi ma solo verità.

Penso allora che c’è tutto quello serve per la felicità di oggi.

La cucina del Reale è quanto di più vero abbia mai conosciuto. Ti siedi e non devi sentirti le favole di nessuno, ma è la materia che rivendica se stessa e tu sei lì per questo.  E’ un patto che si chiama “ESSENZA” e ti lega alla sedia con sette portate. Niko Romito è il sacerdote di questo legame di verità. Non si esce mai da questo sentiero, si sale a poco a poco fino a dove non ero mai stata. Io un carciofo così non lo avevo mai mangiato, proprio mai.

E’ lì, glorioso nella sua solitudine ed io mi avvicino piano piano con tutte le difese azzerate. I secondi prima della resa finale sono pochi ma pesano tanto; vedo mani che scrivono di notte, cancellano e poi si muovono senza sosta fino a che quel fiore difficile possa presentarsi a me solo e finalmente semplice. E all’improvviso tutto ha senso, capisco il perché e apprezzo il bisogno di togliere per aggiungere. In fondo arrivano anche un’acciuga e della liquirizia anche se nel piatto non ci sono. 

Il carciofo

Un gin tonic mi accompagna sornione ad ogni morso di questo carciofo laccato che ricorda il primo bacio, quello vero. Dolce che rimane appiccicoso al cuore e riscalda la lingua che ne chiederebbe ancora e ancora.

Passi leggeri girano velocemente intorno a me e mi riportano sulla mia strada. Ero arrivata ai capellini, sono laccati ai porri. Li guardo, cercando di capire, provando ad immaginare cosa aspettarmi ma vengo invitata ad approfittare del calore, senza indugi. Ed è subito dolcezza. Miele in punta di labbra, rotondo in un modo che gli occhi non potevano intendere.

Ora sono nel caos. Ho i neuroni in pappa, ma le papille… cavoli, loro sì che sono in festa!

Cappelini laccati ai porri

Non potevo vedere la complessità celata da questi capellini. Beffardi erano lì, mi guardavano come a sfidarmi con la consapevolezza che tanto alla fine vinceranno sempre loro. Non ci sono armi di fronte alla materia originale che, forte della sua linfa, si fa dolce e veste gli spaghettini come un caramello impossibile da pensare.

Alzo gli occhi, leggo “deja vu”. Sì, nei miei sogni.

Mentre la “scarpetta” è uno schiaffo di realtà e di umami. L’avevo scelta fuori menu per gola, semplicemente. Patè di agnello e Montepulciano nel mitico pane del Reale. Praticamente poco più di un boccone, sembra l’ultimo di una pentola che ha bollito e ribollito e pulisce tutto il fondo più denso e saporito che c’è. Un concentrato di Abruzzo  primordiale che meriterebbe le mani al posto delle posate. Salivazione a palla e incredulità.

Scarpetta, patè d’agnello e montepulciano

In questo sentiero di verità mi sono sorpresa, ricreduta e commossa. In vetta trovo i profumi del tartufo bianco, ospite inatteso del fine corsa. Cachi, cremoso alle castagne profumato all’alloro esplodono di gioia con la complicità di qualche sapido granello di sale lasciato cadere con astuzia e briciole croccanti di arancio. Wow! Il cucchiaio affonda prima piano dall’alto in basso e poi, capita la meraviglia, torna avido sui suoi passi. Alla fine la felicità è una cosa semplice, anzi apparentemente semplice.

Quando riprendo il contatto con la realtà mi ritrovo in cucina, sì proprio quella dello Chef. Non so dove guardare prima, vorrei imprimere tutto nella memoria ma tanto lo so che non potrò dimenticare. Così come non dimenticherò quegli occhi grandi e sinceri che con generosità si sono raccontati con trasparenza come amici al pub. Un posto fisso nel cuore poi è per il PANE. Regalare pane è un atto d’amore sincero.

A Castel di Sangro, in un ex convento di clausura, forse ho peccato ma domani non mi confesserò, proprio no.

CASADONNA REALE, Contrada Santa Liberata, 67031 Castel di Sangro AQ (MAI SEGUIRE GOOGLE MAPS!)

Menu degustazione da 170€ con proposta di vini in abbinamento (70€).

0

Domani è rosso.

Ho letto “niente a senso in assenza di equilibrio”.

Stimo il senso di chi lo ha scritto, ma so che è sempre un po’ troppo di … e un po’ poco di altro. Non è mai tutto al posto giusto e soprattutto mai al momento giusto.

Intanto corri, ci provi ancora perché oggi è meglio di ieri e in fondo lo sai.

Accade allora che ti alzi, il cuore batte con un ritmo nuovo, diverso da ieri. Senti che è il giorno giusto per crederci ancora.

Questi nuovi passi hanno bisogno di un nuovo colore, rosso e fiero.

0

Tutto in una fetta.

Arancione, bella tondetta, caparbia ma poi così soffice. Impossibile pensare che qualcosa di così vicino alla consistenza di una nuvola possa essere prima così forte e austera. Eppure è così. 

A volte bisogna saperci fare, saper prendere dal lato giusto delle cose. Il momento è evidentemente importante, così come la compagnia.

Capita così che una domenica pomeriggio ci sia pazienza e curiosità. Si cambia, il dopo è vicino al prima ma è così diverso che spaventa. La materia cambia sotto le mani e non sai neanche come, ma poi chissene visto che è così bello e magico. 

E’ vero, non si è mai uguali a sé stessi. E’ vero, quello che vedi non sempre è come lo vedi. Penso di avere iniziato a fare i conti con la prospettiva. Da lontano vedo la strada lunga, il viaggio e tutte le fermate, da vicino sento il cuore che batte. Mamma mia che emozione questa scoperta. 

Oggi sono tante cose. Forza pesante nella testa e poi foffice (come dice Mariomio) nei pensieri, dolce sì ma con lo stupore del sale che arriva piano piano. 38 anni sentiti tutti con due ore di una domenica d’autunno. 

Allora si parte, affondo il cucchiaio avido e ancora tiepido. Non so aspettare. L’ho fatta per gli altri, ma quel boccone è solo mio. Prima dolce, soffice, caldo d’autunno e poi così fragrante con quel cioccolato salato. Allora penso che il domani non può che essere così, pieno e avvolgente. Arancio e umami!

Qui come è andata. 

Ho preparato la base della cheesecake con:

  • 350 g di biscotti in polvere (ho usato digestive e pan di stelle)
  • 135 g di burro fuso
  • 24 g (e dico 24) di cacao amaro in polvere
  • 2 g di sale

Ho impastato il tutto e foderato uno stampo con cerniera per poi mettere in frigo.

Per la crema ho utilizzato:

  •  400 g di ricotta di mucca, setacciata
  • 200 g di formaggio spalmabile
  • 180 g di zucchero
  • 100 g di uova (due)
  • succo di mezzo  limone
  • 3 g di cannella
  • 2 g di zenzero in polvere
  • una bacca di vaniglia
  • polpa di una zucca intera, cotta al forno (500g ca)

Ho lavorato le uova con lo zucchero fino ad avere un composto spumoso e leggero, poi aggiunto i formaggi, le spezie ed il succo di limone. Ho poi aggiunto il tutto alla polpa di zucca, sempre poco alla volta. Infine ho versato la crema nello stampo, informato e cotto in forno caldo a 160°C per 35/40 minuti. Io ho mangiato la prima fetta ancora calda con della panna profumata alla cannella. 

Per la ricetta ringrazio di cuore il mio amico e chef Matteo Bellini.


2

Rossa di stupore.

Sto tornando a casa dopo tanti giorni lontano.

Fuori la vita é andata avanti da sola, senza sapere quello che stavo facendo. Ed è davvero tanto quello che ho fatto. Ne sento la fatica, ma ancora non lo so spiegare.

Sento che è stato giusto perché ne avevo bisogno. Dentro sento il peso di emozioni e pensieri. Tanti slanci in avanti ma soprattutto stupore di scoprirsi, voglia di spostarsi per partire.

C’è stato coraggio e forse egoismo.

In ogni caso ora ho bisogno di sedermi e guardare il mare, scrivere senza pensare per sognare con occhi lucidi.

Ho visto le immagini arrivare prima delle parole con la strana sensazione di sentirle in testa già prima di scriverle.

(Ora il treno si ferma a Bologna ❤.)

Ho letto ad alta voce e mi sono emozionata davanti al mio primo pubblico. Ero inconsapevole di quello che stava accadendo, ma è stato bello proprio per questo.

Adesso voglio solo continuare. Voglio dare spazio per respirare il vuoto della mia prima pagina.

0

Mille storie ed un Bistrot.

sapore del bello

Ci sono cose che vengono prima perché è lì che devono essere e rimanere. Sono le certezze che risolvono quando la complessità si fa sentire. Essere davanti al citofono ed esitare solo per il piacere di farlo, prima di abbandonarsi all’incontro. I 5 minuti che precedono all’alzata del sipario sono fatti di vuoto e di euforia, lì c’è tutto il senso del voler essere sulla scena nonostante tutto.

Guardo la strada e aspetto il primo passo per gustare come sarà. Questo è il “mio prima” di oggi. Sento uno sguardo, mi accoglie come a dire “Signora, il suo tavolo l’aspetta”. Entro, inizia lo spettacolo. Perdo il senso del tempo e dello spazio, torno indietro e volo lontano in un circo di gioia e stupore. Tutto si muove, ma siamo fermi. Al bancone del bar incontri, forse i primi o magari rubati, il profumo è quello di un mare dolce. Gli occhi corrono, curiosi e affamati fino alle mongolfiere, poi scopro i ricordi di una partita di biliardo tra veri gentlemen, in gioco l’onore della propria donna. Ammetto di aver provato felicità, di un tipo semplice ed emozionato come alla prima pagina di un nuovo libro.

Il tavolo è rotondo, piccolo ma prezioso. Trovo tutto quello che c’è stato in quelle posate. Mi parlano di una famiglia inglese, di un camino nobile e di un setter stanco che si scalda ai miei piedi.

Il burro mi sveglia, accende la bocca con sapidità ed è caldo come a ricordarmi che il momento è solo mio. Le alici del Cantabrico sono una passione e questa sera sono lì solo per me. Le ho mangiate già prima di averle morse, ma è con il burro che le sento come le volevo. Morbide ma presenti, eroiche.

Intorno a me c’è vita, fermento ma il tempo si ferma fino all’ultimo morso.

Riparto poi in una giostra di sapori, salgo e con morbida eleganza conosco altri volti e altre storie.

Del pane ben tostato, caldo di olio giovane, mi riporta alla casa di Angelie: squisita padrona di casa che sa come farsi ricordare. Ha scelto per me l’abbondanza, l’opulenza ma con una classe che solo lei può. Scopro così che il foie gras, è l’intimo amante di un gambero rosso fresco di mediterraneo: sono dolci ma ognuno con un carattere diverso e la diversità ne fa l’ unione perfetta. Sono felice dentro, ho scoperto qualcosa più buono del pane, burro e marmellata.

Poco più in là un banchetto di festa, non è il mio ma ci sono lo stesso mio malgrado. Però sotto il tavolo il mio piede batte il tempo della musica che tutti cantano.

Guardo dei cappelli, di lana cotta, marroni con i segni del coraggio di chi lascia la sua terra per costruire il futuro dei propri figli. Penso a questo lungo viaggio, ai saluti sul primo binario; le lacrime sono serene perché da lì parte la nuova vita. Nella valigia più in là c’è un barattolo di pomodori di Maria. Li aveva raccolti due settimane fa con orgoglio di mamma dopo una giornata che aveva segnato le mani. Li aveva scelti per portare un nuovo seme di sé in una terra lontana. Oggi Mimmo li ha usati per me. In questa puttanesca conosco Maria, il suo orto, la sua fatica ed i suoi sogni. La bocca è piena ma il cuore di più. Mi muovo tra il sole dei pomodori dolci e l’oro del grano sotto ai denti, indugio sui capperi e riparto così  per un boccone nuovo e saporito. Il piatto è goloso e la tartare di tonno è un ospite non previsto, di un altro tempo che Maria non ha conosciuto.

A questo punto la strada è stata tanta, mi alzo, lascio un sguardo sui guantoni da box. Lo lascio lì perché quando tutto intorno cambierà di nuovo, la Langosteria Bistrot possa ancora essere un po’ casa mia.

Langosteria Bistrot – Via Privata Bobbio 2, Milano.

0

Aspettare, per esserci.

Post ricette (1)

Il tempo, il mio e degli altri. Come smettere di pensare che non sia eterno? Come accettare che sia già andato? Come esserci e basta?

Il fatto è che non lo so o non voglio saperlo fino in fondo.

Piano piano, piccoli gesti precisi e misurati, tanta pazienza, curiosità infinita per questa cosa nuova e speranza di riuscire. Questo è quello che c’è dentro i miei primi panettoni, sì panettoni e pure in vasocottura.

Ma ti rendi conto? Due giorni dietro ad un impasto che deve crescere poco a poco, che ad ogni sua nuova bollicina era tutta una festa e ad ogni uovo che se ne andata era un atto di fede.

E poi che soddisfazione, riuscire, essere presente ogni minuto di 48 ore perché ne valeva la pena. Ed è stato così, fatto! Ce l’ho fatta, e questa gloria è soffice, sa di buono come poche cose al mondo, il ricordo più vicino è il profumo della prima tutina di Mario. Ma perché poi i bambini hanno un profumo così fantastico appena nati? Non lo so.

Ma i miei panettoni sono fantastici, io sono felice e le uvette sono una droga.

Per il resto ecco come è andata.

Ho preparato una biga impastando:

30 g farina per lievitati
15 g acqua
0,5 g lievito di birra (sì, solo 0,5 g)

Ho lasciato poi riposare per 16/18 ore coperto.

Ho poi impastato (o meglio la mia planetaria l’ha fatto):

100 gr farina Manitoba
20 g tuorli
10 g zucchero
3 g lievito di birra
40 g acqua

Ho poi aggiunto 40 g burro in crema e unito alla biga amalgamando bene i due impasti. Riposto di 2 ore sempre coperto e al calduccio.

Ho preparato poi un altro impasto con:

100 g farina Manitoba
50 g tuorli
10 g zucchero
10 g latte intero
4 g lievito di birra

Ho poi aggiunto 50 g burro in crema, impastato e poi unito all’impasto precedente.

Riposto di 2 ore sempre coperto e al calduccio.

Quando sembra che non ce la facciate più arriva il bello.

Ho impastato:

450 g farina Manitoba
150 g tuorli
100 g panna liquida (sono sincera avevo solo la panna da cucina)

E poi unito un po’ alla volta il precedente impasto e poi tutto il resto, ovvero:

130 g zucchero
20 g miele d’acacia
6 g sale
90 g panna liquida
75 g burro in crema
1 vaniglia in bacche
30 g miele d’arancio
52 g burro in crema
buccia di limone grattugiata, uvette (tante) e albicocche secche.

Riposo per 1 ora.

Passato il tempo ho preparato i vasi dividendo l’impasto in palline poste nei barattoli e lasciate a lievitare per 5 ore. Poi cottura in forno, 180° per una mezzoretta. Tutto è pronto quando il profumo arriva anche in camera e la temperatura al centro dei panettoni è di 94°C.  Ho sfornato, chiuso con coperchio e rovesciato fino a completo raffreddamento. Il primo però l’ho mangiato ancora caldo. Soffice che ti viene da piangere. Gnam.

 

0

5 minuti, pochi ma tutti per me!

Post ricette (4).png

Alzarsi, piano piano, un po’ alla volta fino a che il respiro è pieno.

Camminare a piedi scalzi. Caldo e freddo. Pochi rumori, il telefono è spento e l’acqua scorre calda sotto la doccia. Cotone morbido e profumo di caffè.

Ommioddio, ho proprio bisogno di nulla, vuoto, zero pensieri, solo tempo e tutto per me.

Questa mattina è andata così, anche se ovviamente era tutto nella mia testa ma in frigo avevo uova, del salmone affumicato e un avocado maturo. E allora scendo! Mi serve del pane fresco, quello del mercato che profuma di buono. Da lì poi tutto facile, anche l’uovo poached (wow, ce l’ho fatta! Non saprei dire come MA ce l’ho fatta ed è bello quando succede).

Brava Anna, questi 5 minuti sono tutti per te!